domenica 27 dicembre 2009

Bronte, 17enne ucciso in agguato Due fermi: "sbagliato" il bersaglio

Catania - Morto a 17 anni in un agguato per errore. Salvatore Costanzo è stato ucciso a Bronte mentre era a bordo di un’auto, guidata da un’altra persona. Contro la vettura sono stati esplosi almeno quattro colpi di pistola. Il 17enne è stato trasportato subito all’ospedale di Bronte, ma è morto dopo il ricovero. I carabinieri della compagnia di Randazzo, che indagano sull’omicidio, hanno fermato due persone sospettate di essere gli autori del delitto. Gli investigatori ritengono probabile che l’obiettivo dell’agguato non fosse Costanzo, ma un’altra persona che era con lui in auto. La sua "colpa" sarebbe stata soltanto quella di essere nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

Indagini per mafia Sull’omicidio, che sarebbe maturato in ambienti criminali della zona, ha aperto un’inchiesta la direzione distrettuale antimafia della procura della Repubblica di Catania che sta valutando la posizione dei due giovani fermati dai carabinieri. Sono Mario Bonaccorso, di 31 anni, e Alessandro Reale, di 32. Un fratello di quest’ultimo, Claudio, 34 anni, è rimasto ferito in due agguati di mafia, il 30 gennaio e il 1 dicembre scorsi. E la sparatoria di oggi, ritengono gli investigatori, potrebbe essere una risposta a quelle due intimidazioni. L’obiettivo dell’agguato di oggi, secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Catania, era uno dei cinque occupanti della Fiat 500 contro i quali sono stati esplosi almeno cinque colpi di rivoltella: Antonino Russo, che sarebbe legato al gruppo di Turi Catania, rivale dei Reale.

L'agguato A sparare contro la vettura, centrando alla testa e al torace Costanzo, sarebbe stato proprio Alessandro Reale, con una rivoltella che avrebbe perso durante la fuga ma che non è stata trovata, da un’auto guidata da Bonaccorso. I due avrebbero fatto parziali ammissioni di colpa, ma resterebbero dei contrasti sul movente.

Mi chiedo: si può morire così a 17 anni? Possono i sogni e le speranze di un giovane che si sta affacciando alla vita essere stroncate così, con due colpi di pistola esplosi "per errore"?
Anche se i responsabili pagheranno per le loro colpe, nessuno potrà restituire quel ragazzo alla sua famiglia.
Ed è dovere morale di ciascuno di noi impedire che fatti così orribili possano ripetersi.
Non è necessario essere degli eroi.
E' sufficiente, fare la propria parte, giorno dopo giorno.
Dire di no al compromesso e rifiutare qualsiasi forma di violenza.
Ribellarci alle ingiustizie a cui quotidianamente assistiamo e affermare ogni giorno, a testa alta, i nostri nobili ideali, senza paura.
Si tratterà pure di una goccia nel mare...ma l'oceano non è fatto forse di gocce?

lunedì 7 dicembre 2009

Mafia, arrestato latitante Caruso "Stava riorganizzando il clan"

CATANIA - Il latitante Salvatore Caruso, 46 anni, indicato come uno dei capi della cosca mafiosa Cappello, è stato arrestato dalla polizia di Stato, a Catania. Agenti della squadra mobile etnea l'hanno fermato mentre era alla guida di un'auto nella centrale via Fleming.

Caruso, conosciuto come 'Turi Malavita', era sfuggito all'operazione antimafia "Revenge" che a novembre aveva portato alla cattura di una cinquantina fra boss e gregari. Secondo l'accusa, stava riorganizzando il clan Cappello dopo l'azzeramento dei vertici della cosca da parte di diverse inchieste.

Caruso e' accusato di associazione mafiosa, traffico e spaccio di stupefacenti, detenzione d'armi, estorsione.
Il superlatitante, che ha gia' scontato in passato condanna per associazione mafiosa e detenzione di armi, era tra i personaggi che rivestivano ruolo apicale nella cosca Cappello e dopo essere sfuggito alla cattura era divenuto il punto di riferimento per la riorganizzazione della cosca.

La Polizia, in una nota, rileva che
l'arresto di Salvatore Caruso, "segna la definitiva decapitazione della cosca".

Il procuratore della Repubblica di Catania Vincenzo D'Agata ha commentato così l'arresto:"Le forze dell'ordine hanno operato bene, ma c'è stato anche un pizzico di fortuna, che non guasta mai. Abbiamo inferto un duro colpo alla cosca, ma non si finisce mai di combattere".

(7 dicembre 2009)

sabato 14 novembre 2009

Trattativa Stato-mafia, De Magistris: una passerella inquietante

di Luigi De Magistris, da luigidemagistris.it

C’è un’inquietante e per certi versi vergognosa passerella mediatica e non solo che vede sfilare esponenti istituzionali guariti dall’amnesia, che con la memoria -spesso intermittente e mutevole- ritrovano anche il coraggio di esprimere verità su cui per anni non si sono pronunciati. Si tratta di persone che negli anni ’90 ricoprivano incarichi importanti –da ex ministri a magistrati- che offrono, anche ai media, i loro ricordi riconquistati con un coraggio ad orologeria, che scatta in modo a dir poco sospetto: in concomitanza con il recente slancio investigativo delle procure di Palermo e Caltanissetta.

Perché il procuratore nazionale antimafia Grasso soltanto ieri, con un candore che lascia sgomenti, parla della trattativa - sino ad ora negata - come una verità di pubblico dominio? Perché oggi il generale Mori, così come fatto dall’ex ministro Mancino, nega l’esistenza di quella stessa trattativa che pure pare ormai verità indiscutibile? La storia della Repubblica non è infatti mai stata estranea alle trattative: i vertici della Dc, le Br, la Camorra di Raffaele Cutolo, il Sismi ed il Sisde (con esponenti apicali della P2) si avvinsero in un torbido patto nel caso Cirillo. In questa vicenda del tentativo di intesa Stato-mafia degli anni ’90 mancano solo le Br, ma politica, criminalità, servizi e istituzioni sono ingredienti che invece permangono.

Perché Grasso, Mancino, ma anche Violante, Martelli, Ayala e tanti altri ancora non hanno parlato negli ultimi 17 anni, ed agito nelle sedi istituzionali, quando soprattutto Salvatore Borsellino lanciava il grido d’allarme sull’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia che avrebbe determinato l’omicidio di suo fratello, evidentemente contrario? La trattativa è esistita, ma resta da capire per conto e a nome di chi trattarono - per come sembra emergere - il colonnello Mori e il capitano De Donno, della cui attività l’allora ministro Mancino si dice inconsapevole, lasciando che si sollevi un inquietante interrogativo sulla capacità di controllo di chi era responsabile della sicurezza nazionale (lasciando che operassero con spregiudicatezza schegge deviate di apparati investigativi) oppure sollevando l’ipotesi dell’esistenza di poteri paralleli allo Stato e stile P2 che agivano autonomamente.

C’è da augurarsi che la magistratura possa lavorare serenamente senza le interferenze della politica, ma anche da parte dello stesso ordine giudiziario che puo' insinuarsi da più parti, per arrivare alla verità che, sola, può spazzare via dal Paese le ceneri immorali e drammatiche di una vicenda che lo ha segnato profondamente nella sua storia e nel suo destino.

sabato 24 ottobre 2009

SEGNALI DI GUERRA DI MAFIA A CATANIA, 50 FERMI

- Catania, 22 ott. - Imponente operazione antimafia della polizia per bloccare sul nascere una nuova sanguinosa faida tra i due clan piu' potenti di Catania: la famiglia di Cosa Nostra legata al boss Nitto Santapaola e quella del boss ergastolano Salvatore Cappello. La Direzione distrettuale antimafia ha emesso 50 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettanti affiliati dei due gruppi criminali, per il reato di associazione mafiosa. I provvedimenti sono stati eseguiti dalla Squadra Mobile della Questura. La maggior parte dei fermati sarebbe legata al gruppo dei 'Cursoti' del boss Cappello, che sarebbe diventato egemone nel capoluogo etneo. L'8 ottobre scorso un'operazione della Procura affidata ai carabinieri aveva interrotto un summit dei vertici di Cosa nostra etnea, riuniti sotto la guida del superlatitante Santo La Causa per stabilire una strategia offensiva e difensiva da contrapporre all'espansione del clan Cappello. Due gruppi, gli Squillaci'Martiddina' di Piano Tavola e gli Strano di Monte Po', hanno lasciato il clan Santapaola per passare con i Cappello, facendo perdere alla famiglia catanese di Cosa Nostra una notevole fonte di guadagno, quello delle erstorsioni. Le indagini della Squadra mobile sono coordinate dal procuratore Vincenzo D'Agata e dai sostituti Giovannella Scaminaci, Francesco Testa e Pasquale Pacifico.
Grande soddisfazione per l'operazione è stata espressa dall’associazione Addio Pizzo:

"Risultati come quello di oggi testimoniano come il livello di attenzione ed operatività delle istituzioni competenti, sia sempre massimo e costante. Ci auguriamo che a ciò faccia seguito una rinnovata fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine da parte di tutta la cittadinanza e di quanti vogliono continuare a sperare in una svolta della Sicilia".

giovedì 15 ottobre 2009

Stato-mafia, ecco il papello

Ecco il primo documento sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra nell'estate delle stragi. Fogli consegnati ai magistrati dal figlio di Vito Ciancimino

di Lirio Abbate


Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell'estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua.
I 12 punti formano il 'papello', cioè l'elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia.
Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro 'papello' con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all'allora colonnello del Ros, Mario Mori.

Il fatto, inedito, è documentato dal L'espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni;
poi segue l'abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa);
"Strasburgo maxi processo" (l'idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra);
"Sud partito";
e infine "riforma della giustizia all'americana, sistema elettivo...".
Su questo "papello" scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: "consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros". Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.

Mostrare ai giudici l'esistenza del 'papello', rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l'attentato di Capaci e quello di via d'Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l'obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell'ex sindaco mafioso.
I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall'abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.
(15 ottobre 2009)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/stato-mafia-ecco-il-papello/2112520

domenica 11 ottobre 2009

Non è necessario essere degli eroi moderni. Basta avere la consapevolezza che si può fare la propria parte.

Oggi giorno, in una società materialista e opportunista come la nostra, sono poche le persone che hanno degli ideali, dei valori. Nella società di oggi ciascuno pensa solo al proprio tornaconto personale, e si è disposti a vendere la propria libertà, la propria dignità, pur di ottenere qualcosa. Si è disposti a strisciare ai piedi dei potenti per raccogliere le briciole; ed è proprio per questo che la nostra società va a rotoli e precipita verso il baratro. Se la mafia esiste è colpa nostra. Siamo noi a incentivarla giorno per giorno. Siamo noi a nutrire questo mostro. La mafia non è il boss con la coppola che ti dice:"ti farò una proposta che non potrai rifiutare...".La mafia è il politico in giacca e cravatta che ti offre un posto di lavoro in cambio di voti, togliendolo a chi ha lavorato sodo e ha fatto grandi sacrifici; la mafia è il poliziotto, finanziere, carabiniere che chiede tangenti in cambio di "favori", che pretende di avere tutto gratis, perchè altrimenti "te la fa pagare cara"; mafia sono le raccomandazioni per entrare in una facoltà a numero chiuso, lasciando fuori studenti meritevoli; è mafia pagare il pizzo per timore di ritorsioni; nei concorsi truccati c'è la mafia; in parlamento c'è la mafia. Alla luce di recenti dichiarazioni, perfino il nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, è coinvolto nelle stragi degli anni '90, nelle quali hanno perso la vita i giudici Falcone e Borsellino. Che fare, dunque? Fingere che vada tutto bene e continuare a vivere la nostra vita, come se la cosa non ci riguardasse? Continuare a nuotare nel fango che ci circonda? Rassegnarci, perchè tanto:"è così che va il mondo, non potrò certo essere io a cambiarlo..."?
Non possiamo continuare a vivere in una società mafiosa come la nostra senza reagire, senza indignarci, senza urlare che "la mafia è una montagna di merda!!!!!!!!". Noi possiamo e dobbiamo cambiare questo mondo che gira al contrario! .
Non è necessario essere degli eroi moderni. Basta avere la consapevolezza che si può fare la propria parte. Non dobbiamo aver paura: possiamo cambiare il mondo davvero. Perchè il mondo è fatto dalle persone.

"La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".
Paolo Borsellino.

sabato 10 ottobre 2009

"Disse basta ai soprusi, rannicchiato in una solitudine coraggiosa, era stanco di vivere nelle tenebre della paura. Il guizzo che gli attraversava il corpo non era per l’umidità delle assi rigonfie, era una nuova anima che nasceva, un urlo primitivo che si sprigionava dalle viscere, la voglia di tornare a respirare a pieni polmoni l’aria della sua Sicilia. Era solo un bambino ma aveva già deciso di vivere da uomo libero."

Da "L'eroe nel barile" di Simone Mirenda